Maurizio Peroni
LA VOCE DELLA TIPICITA' DEI VINI DELLA TRADIZIONE PICENA E FAMILIARE !
THE VOICE AND THE UNIQUE CHARACTER OF THE FAMILY AND PICENO TRADITION !
THE VOICE AND THE UNIQUE CHARACTER OF THE FAMILY AND PICENO TRADITION !
domenica 6 maggio 2012
ULTIME NOVITA' DAL MERCATO CINESE
Solo cinque anni fa era al ventesimo posto tra i paesi importatori di vino. Oggi è nella lista dei primi cinque “big spender”. La Cina, emerge da un’analisi Ismea, ha speso per le importazioni di vino, nel 2011, oltre un miliardo di euro, piazzandosi dietro Usa, Regno Unito, Germania e Canada. Una domanda, quella di Pechino, che cresce a ritmi esponenziali, come si evince dall’incremento del 72% in valore nel 2011, e che in un solo anno ha fatto guadagnare alla Cina ben quattro posizioni nella classifica mondiale dei paesi importatori, portandola davanti a Giappone, Belgio, Svizzera e Paesi Bassi. A beneficiarne è stata soprattutto la Francia, che ha raggiunto lo scorso anno una quota di mercato in valore superiore al 50% dell’import vinicolo del Dragone, grazie a un export quasi raddoppiato, in termini monetari, rispetto al 2010. Dietro al paese d’Oltralpe si posizionano Australia e Cile, con quote del 15% e del 7,2%. Seguono Spagna e Italia rispettivamente al 6,9% e al 6,5%, i cui fatturati sono quasi raddoppiati, l’anno scorso, oltre la Grande Muraglia. A questi ritmi di crescita - spiega l’Ismea - la Cina, che ha espresso finora solo parte del suo potenziale interno, potrebbe in breve avvicinarsi ai due principali importatori di vino, rappresentati da Usa e Regno Unito. Paesi che nel 2011 hanno acquistato dall’estero prodotti vinicoli per quasi 3 miliardi e mezzo di euro ciascuno, su un valore globale delle importazioni di vini di 22,7 miliardi di euro (+10,9% rispetto al 2010).
I GIOVANI E I SOCIAL NETWORK
Un blog è uno strumento di comunicazione strategico per una campagna di sensibilizzazione al bere consapevole, uno spazio di confronto, di divulgazione e di condivisione dedicato ai temi connessi al rapporto tra le nuove generazioni e il vino e accanto ad esso l’uso dei social network. A supporto di ciò è nato “Vino e Giovani”, il progetto finanziato dal Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e realizzato da Enoteca Italiana, che parla ai ragazzi e non solo, affrontando le tematiche legate ad uno dei prodotti di eccellenza del made in Italy. “Con il blog e con la pagina Facebook di “Vino e Giovani” abbiamo voluto rafforzare il contatto con il mondo giovanile ed essere “always on” nella rete per veicolare la nostra filosofia ai ragazzi, quella del bere sano e consapevole. – spiega Fabio Carlesi, direttore di Enoteca Italiana – Brevità, velocità e immediatezza del messaggio, diventano le peculiarità della comunicazione del vino. Oggi più che mai se si desidera far passare un’idea non si può prescindere dall’uso specifico dei blog e dei social network. Utilizzare gli strumenti più vicini ai ragazzi per aiutarli a riconoscere ciò che è buono, sano e di qualità è – continua Carlesi - la via maestra per rapportarsi con loro, per indirizzarli al bere consapevole e responsabile”.
PARLIAMO DI LIEVITI
I lieviti non sono solamente responsabili della fermentazione del mosto e della sua trasformazione in vino ma condizionano fortemente anche le sue qualità organolettiche.Durante la fermentazione, essi non si limitano unicamente a trasformare gli zuccheri del mosto in alcol etilico e altre sostanze (anidride carbonica, anidride solforosa ecc.) ma, come conseguenza della loro attività conferiscono al vino anche qualità organolettiche “secondarie”, tali da modificarne gli aspetti olfattivi e gustativi. Sembra però che l’impatto del lievito sul profilo sensoriale del vino è infatti molto forte e dominante subito dopo il termine della fermentazione e durante i primi anni di vita del vino, poi si attenua progressivamente col trascorrere del tempo.I lieviti si trovano naturalmente sulla superficie delle piante e nell’aria, trasportati dal vento e dagli insetti, pertanto le varie specie, anche se definite indigene o autoctone, sono in realtà in continuo cambiamento. Tuttavia in un vigneto si viene a creare un “ecosistema” nel quale saranno comunque presenti diversi tipi di lieviti, alcuni utili e positivi ai fini della fermentazione alcolica, altri meno importanti e marginali, se non addirittura dannosi.Con lo scopo di migliorare la qualità dei vini si è sentita quindi la necessità di elevare la qualità microbiologica del mosto, cioè di selezionare, di favorire la presenza di alcune specie di lieviti a scapito di altre. Si sono ottenute colture selezionate che ben presto hanno incontrato il favore dei produttori, sia per il migliore controllo sulla fermentazione che queste assicuravano, sia per le superiori qualità oragnolettiche che si potevano ottenere.Sono stati selezionati lieviti in grado di fermentare bene sia a basse che ad elevate temperature e/o in presenza di elevata gradazione alcolica, in grado di fermentare senza produrre schiume ecc., ma anche lieviti capaci di conferire determinati profumi e aromi, soprattutto di tipo floreale e di fruttato. L’impiego del lievito selezionato, producendo anche un risultato organolettico tipico e specifico, porta però all’inevitabile omologazione delle qualità sensoriali dei vini. In altre parole, un vino prodotto con lieviti selezionati è spesso facilmente riconoscibile poiché le sue caratteristiche aromatiche sono comuni a tutti i vini che li utilizzano, aromi e sapori omologati e replicabili ovunque. Diversi enologi sostengono che con l'uso dei lieviti selezionati sia possibile stabilire a priori le caratteristiche organolettiche del vino, alterando in questo modo l'influsso delle qualità tipiche del territorio. Ma perché non applicare tale tecnica ai lieviti autoctoni di ciascuna zona, almeno di quelle enologicamente più importanti? Sembra che a questo proposito sia in Italia (Montalcino) sia all’estero qualche passo in tale direzione sia già stato fatto. La selezione dei leviti autoctoni risulterebbe profondamente rispettosa dell’ambiente nel vero senso del termine, infatti un dato ambiente è unico e irripetibile anche in virtù dei microrganismi che in esso vivono.
L'obiettivo dovrà essere quello che nei laboratori si diffonda anche la pratica di utilizzare le varie specie selezionate per ottenere un loro DNA ricombinante, cioè una nuova cellula che contenga i caratteri di un dato ceppo autoctono selezionato per alcune qualità e che contenga anche alcuni caratteri migliorativi di un altro ceppo autoctono. La selezione in laboratorio, fino a pochi anni fa, seguiva solamente criteri soprattutto fisiologici e morfologici. Oggi che si conoscono i 18 cromosomi del lievito (circa 6.000 geni) e si ha un’ottima padronanza delle biotecnologie e in particolare dei metodi di trasferimento di geni tra cellule, non sarebbe difficile applicare tali nuove tecniche anche su larga scala.
venerdì 20 aprile 2012
NOVITA' SUL VINO BIOLOGICO
A leggere la documentazione che Il Corriere Vinicolo pubblica sul numero del 9 aprile a proposito della nuova normativa per il vino biologico verrebbe subito da dire: No, grazie. Francamente ci eravamo fatti un’idea migliore di quel che poteva essere ed esprimere il concetto di Bio. E dire che non siamo mai stati particolarmente ottimisti o creduloni in materia, ma quel che la Comunità Europea ha partorito ci sembra davvero una presa in giro. Una patacca buona solo per creare illusione nel consumatore ma nessun beneficio né per la sua salute né per quella dell’ambiente.
Le pratiche enologiche autorizzate e le sostanze chimiche permesse da questo regolamento sono praticamente le stesse che vengono impiegate in quella enologia correttiva e pasticciona che pensavamo il mondo biologico volesse contrastare, proponendosi come sua sostanziale alternativa. Che ci fanno l’alginato di potassio, il fosfato di ammonio, il dicloridrato di tiamina in un vino biologico? E la resina di Aleppo e la gomma d’acacia (volgarmente detta gomma arabica) non erano usate dall’enologia tradizionale per barare, per far sembrare ciò che non era? E che ci fanno queste sostanze nel vino biologico? E che dire poi dei pezzi di legno di quercia, veri e propri aromatizzanti del vino, anche loro biologici?
Ma poi arriviamo all’argomento che a tutti stava molto a cuore, ovvero il capitolo dell’anidride solforosa. Era qui che ci si aspettavano provvedimenti esemplari e fortemente discriminanti dall’enologia tradizionale: sappiamo bene che chi lavora in condizioni igieniche ottimali, con uve sane e attrezzature pulite può arrivare in bottiglia con 60-90 milligrammi di anidride solforosa per litro: 60 per i vini rossi e 90 per quelli rosa o bianchi; ma sappiamo altrettanto bene che ci sono aziende che riescono a stare ampiamente sotto questi tenori. E il disciplinare del vino biologico che ti fa? Ti consente 100 milligrammi per i vini rossi e 150 per quelli bianchi e rosa, che sono quote più basse del 25% da quelle tradizionali e che forse verranno raggiunte dall’enologia di tipo industriale, ma non sufficienti a differenziarsi positivamente dalle aziende agricole che normalmente lavorano con perizia, igiene e responsabilità.
ANDAMENTO DELLE ESPORTAZIONI
Gli ultimi dati dell'Istat parlano di un rallentamento dell'export nei primi mesi di quest'anno anche se nel 2011 è stato un trionfo per le esportazioni. In tempi in cui vendere all'estero è tutto,la quota estera del fatturato è importante.
Ecco le aziende con la quota più alta e a seguire quelle che hanno venduto di meno:
BOTTER CARLO & c.98,5%
FRATELLI MARTINI 93%
MASI AGRICOLA 91%
FARNESE VINI 90%
RUFFINO 87%
BARONE RICASOLI 83,5%
UMBERTO CESARI 83%
ALLEGRINI 825
GRUPPO LA-VIS 81%
GESTIONE PICCINI 81%
CANTINE VI.VO. 3%
GUIDO BERLUCCHI 3,4%
GOTTO D'ORO 5%
UMANI RONCHI 7,5%
CANTINE FERRARI 11%
CEVICO 13%
TERRA MORETTI 14%
CHIARLI 1860 15%
MASTROBERARDINO 17%
CAVIRO 19%
martedì 17 aprile 2012
VINO & SOCIAL NETWORK
Si fa presto a dire “vino & social network”, ma poi, in concreto, quali sono le cantine davvero seguite dagli appassionati su internet? Difficile dirlo, perché cercando su Facebook,bisogna districarsi in una selva di pagine ufficiali delle cantine, fans page create da semplici appassionati (che talvolta si dedicano anche ad un solo prodotto piuttosto che alla cantina in generale), e profili di ogni genere. Qualcuno ci ha provato e sicuramente con qualche possibilità di errore ha cercato di tracciare una sorta di “borsino” delle realtà vinicole italiane più seguite e attive su Facebook. Io mi sono divertito a verificare e ho verificato che, al di là di grandi gruppi come Cavit, che nella sua pagina conta più di 80.000 “mi piace”, o di marchi nell’orbita di multinazionali come Asti Cinzano del gruppo Campari, che supera i 221.000, o Gancia, a quota 118.000, la cantina che cura direttamente la propria comunicazione su Facebook più seguita d’Italia è la
siciliana Planeta, con più di 32.000 “mi piace”. Numeri distanti, certo, da colossi come “Yellow Tail” in Australia che conta 360.000 appassionati su Facebook, ma ben superiori a nomi come Robert Mondavi Winery, Domaine de la Romanée Conti, Chateau d’Yquem o Penfolds, per citarne alcuni. Ma tornando alle cantine italiane, tra le più gettonate anche la griffe trentina Ferrari, che conta 21.000 “mi piace”, il marchio veneto Santa Margherita, che supera i 17.000, la cantina irpina Feudi di San Gregorio,a quota 12.000, e il gruppo Zonin, oltre 10.000. Nel gruppo dei più seguiti, con seguaci che vanno da qualche centinaio a 7-8.000 “mi piace”, ci sono anche tanti nomi conosciuti come Cà del Bosco,Antinori, Frescobaldi, Argiolas, Banfi, Venica & Venica, Donnafugata, Cantine Settesoli, Lungarotti,Bisol, Mezzacorona, Col d’Orcia, Avignonesi, Cottanera, Fratelli Muratori, Giordano Vini, Carpenè Malvolti, Carpineto, Tosti e Cottanera. Il messaggio è chiaro: il
vino italiano deve lavorare e credere anche nei social network, perché il futuro passa anche da lì.
siciliana Planeta, con più di 32.000 “mi piace”. Numeri distanti, certo, da colossi come “Yellow Tail” in Australia che conta 360.000 appassionati su Facebook, ma ben superiori a nomi come Robert Mondavi Winery, Domaine de la Romanée Conti, Chateau d’Yquem o Penfolds, per citarne alcuni. Ma tornando alle cantine italiane, tra le più gettonate anche la griffe trentina Ferrari, che conta 21.000 “mi piace”, il marchio veneto Santa Margherita, che supera i 17.000, la cantina irpina Feudi di San Gregorio,a quota 12.000, e il gruppo Zonin, oltre 10.000. Nel gruppo dei più seguiti, con seguaci che vanno da qualche centinaio a 7-8.000 “mi piace”, ci sono anche tanti nomi conosciuti come Cà del Bosco,Antinori, Frescobaldi, Argiolas, Banfi, Venica & Venica, Donnafugata, Cantine Settesoli, Lungarotti,Bisol, Mezzacorona, Col d’Orcia, Avignonesi, Cottanera, Fratelli Muratori, Giordano Vini, Carpenè Malvolti, Carpineto, Tosti e Cottanera. Il messaggio è chiaro: il
vino italiano deve lavorare e credere anche nei social network, perché il futuro passa anche da lì.
giovedì 5 aprile 2012
LA CROCIATA DELLE ENOTECHE MILANESI
Da un lato c’è la grande distribuzione che, forte di grandi numeri, della capillare presenza in tutta Italia e della varietà d’offerta, ormai, vende più del 60% del vino nel Belpaese; dall’altro c’è la moda dell’acquisto diretto in cantina, provata, secondo Coldiretti, da 7 italiani su 10 almeno una volta nel 2011, tra voglia di risparmio e di contatto diretto con il produttore. E così l’enoteca, storico “tempio”
dei cultori di Bacco, rischia di perdere la sua importanza, il suo ruolo e il suo business. Ma da Milano,capitale economica del Paese, è partita una “crociata” per salvarla, con una sorta di patto proposto ai produttori dalle più importanti enoteche della città: da Cantine Isola a Cantina di Manuela, da Cotti a
De Ponti, da De Toma a Diapason, da El Vinatt Renè a Eno Club Milano, da Guerini a Iemmallo, da La Bottega dell’Arte del Vino a La Botticella, da N’Ombra de Vin a Radrizzani, da Ronchi a Vino al Vino,fino a VinoVino. Una lettera in cui gli enotecari rivendicano il ruolo del proprio lavoro, spinto soprattutto dalla passione, ma in cui chiedono uno sforzo ai produttori, per rimediare a quella perdita
di “correttezza commerciale, coerenza ed etica professionale” dovuta alla confusione nata come “effetto indesiderato” del “velocizzarsi della comunicazione e il diffondersi dell’interesse per il turismo enogastronomico, che pur hanno favorito il diffondersi della cultura del vino. Il fatto che la stessa bottiglia possa essere acquistata a prezzi che escano da una forbice accettabile di minimo e massimo,
crea confusione nel consumatore, svilisce il prodotto e, di conseguenza, il produttore. E l’immagine professionale di chi gliela ha venduta. Se un prodotto è importante deve esserlo ovunque, e a tutti deve essere chiaro che quella bottiglia è di un certo valore. Se la si trova a un prezzo troppo basso il consumatore non sa se ha comprato una bottiglia di qualità o se è stato ingannato per tanto tempo.
Non è bello guardare sempre l’erba del vicino, ma a Bordeaux ed in California, il produttore accoglie l’enoturismo con entusiasmo e, allo stesso modo, garantisce la professionalità dell’enotecario e del commerciante vendendo agli stessi prezzi”. Sarà possibile ritrovare la giusta misura sul mercato italiano?
dei cultori di Bacco, rischia di perdere la sua importanza, il suo ruolo e il suo business. Ma da Milano,capitale economica del Paese, è partita una “crociata” per salvarla, con una sorta di patto proposto ai produttori dalle più importanti enoteche della città: da Cantine Isola a Cantina di Manuela, da Cotti a
De Ponti, da De Toma a Diapason, da El Vinatt Renè a Eno Club Milano, da Guerini a Iemmallo, da La Bottega dell’Arte del Vino a La Botticella, da N’Ombra de Vin a Radrizzani, da Ronchi a Vino al Vino,fino a VinoVino. Una lettera in cui gli enotecari rivendicano il ruolo del proprio lavoro, spinto soprattutto dalla passione, ma in cui chiedono uno sforzo ai produttori, per rimediare a quella perdita
di “correttezza commerciale, coerenza ed etica professionale” dovuta alla confusione nata come “effetto indesiderato” del “velocizzarsi della comunicazione e il diffondersi dell’interesse per il turismo enogastronomico, che pur hanno favorito il diffondersi della cultura del vino. Il fatto che la stessa bottiglia possa essere acquistata a prezzi che escano da una forbice accettabile di minimo e massimo,
crea confusione nel consumatore, svilisce il prodotto e, di conseguenza, il produttore. E l’immagine professionale di chi gliela ha venduta. Se un prodotto è importante deve esserlo ovunque, e a tutti deve essere chiaro che quella bottiglia è di un certo valore. Se la si trova a un prezzo troppo basso il consumatore non sa se ha comprato una bottiglia di qualità o se è stato ingannato per tanto tempo.
Non è bello guardare sempre l’erba del vicino, ma a Bordeaux ed in California, il produttore accoglie l’enoturismo con entusiasmo e, allo stesso modo, garantisce la professionalità dell’enotecario e del commerciante vendendo agli stessi prezzi”. Sarà possibile ritrovare la giusta misura sul mercato italiano?
Iscriviti a:
Post (Atom)