Maurizio Peroni

LA VOCE DELLA TIPICITA' DEI VINI DELLA TRADIZIONE PICENA E FAMILIARE !
THE VOICE AND THE UNIQUE CHARACTER OF THE FAMILY AND PICENO TRADITION !

sabato 1 febbraio 2014

MARCHI TOP DEL BEVERAGE MONDIALE


Se l'Italia del vino è, senza dubbio, una delle grandi potenze mondiali del settore, leader in tanti mercati strategici, dagli Usa alla Germania, con un valore dell’export pari a più di 5 miliardi di euro e seconda solo alla Francia, potrebbe suonare strano, dunque, che tra i primi 100 brand del beverage mondiale, dove dominano i whisky, ci sia solo un marchio enoico italiano, quello della “Martini Sparkling Wine” (del gruppo Bacardi-Martini), peraltro alla posizione n. 89. Oppure, è questa solo una logica conseguenza del tessuto produttivo del vino del Belpaese, fatto per la grandissima maggioranza di piccole e medie imprese, con produzioni spesso al di sotto del milione di bottiglie, e dove anche le realtà più grandi, a livello di volumi, raramente reggono il confronto con i colossi americani, francesi e non solo? È una delle chiavi di lettura possibili della “The Power 100”, la classifica dei brand del beverage più affermati nel mondo, realizzata da Intangible Business, studio inglese tra i più importanti nella “brand valutation”. Una classifica affidata alla valutazione (con voti da 1 a 10) di parametri come il market share, la crescita del brand negli ultimi 10 anni, il posizionamento di prezzo, il numero dei mercati in cui ha una presenza significativa, ma non solo, da parte di esperti del settore, dall’industria alla comunicazione. Nella “top 10” assoluta, a dire il vero, non c’è neanche un brand enoico: la lista recita, nell’ordine, Johnnie Walker, Smirnoff, Bacardi, Martini, Hennessy, Jack Daniel’s, Absolut, Captain Morgan, Chivas Regal e Ballantine’s. Per trovare il primo nome enologico si deve scorrere fino alla posizione n. 16, dove c’è Moët et Chandon, del colosso francese Lvmh. A scorrere la lista delle nazionalità, emerge come, a livello di singoli brand, la partita sia tra Usa, Francia e Australia. Ma, per la fortuna del Belpaese, e del suo tessuto produttivo, fatto di piccoli artigiani della vigna, c’è un marchio che, alla prova del mercato, ne batte molti: quello collettivo del made in Italy.

BILANCIO SULL'EXPORT 2013 DEI VINI ITALIANI


E' sempre l'estero l'ancora di salvezza del mercato del vino italiano? Qualcosa sta cambiando anche su questo fronte, tanto che le spedizioni del 2013 hanno fatto registrare un arretramento del 3% sullo stesso periodo del 2012, a quota 1,6 milioni di tonnellate, mentre in valore, hanno avuto una crescita dell’8,4%, a quota 4,1 miliardi di euro. Questo emerge dai dati Istat sul settore vitivinicolo dei primi 10 mesi del 2013, che confermano le  partire dagli Stati Uniti, primo sbocco per giro d’affari complessivo, dove le vendite hanno toccato i 907 milioni di euro (+7,9%). Fa bene anche la Germania, con un +8% in valore, ma la vera sorpresa è la Francia, primo consumatore mondiale e storico competitor dell’Italia enoica, dove la crescita è stata del 13%, mentre la Gran Bretagna è la conferma (+17,1%), a braccetto con Norvegia (+17,8%), Svezia (+15,7%) e Danimarca (+7,4%). Le note dolenti arrivano dalla Cina, che ha visto un crollo dei volumi (-33%), accompagnato da una leggera crescita in valore (+2,7%), e dal Canada, quinto mercato del vino italiano, che fa segnare una flessione decisamente meno preoccupante, -3,8% in volume e -0,5% in valore.